Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia

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Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia: i nodi da sciogliere

La crisi economica e sociale scaturita dall’emergenza sanitaria Covid-19 mette a dura prova le democrazie liberali in tutto il mondo. Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia Coronavirus intensificano il dibattito già noto della ‘sicurezza contro i diritti individuali’.

Un agente patogeno nemico della salute pubblica porta ad un effetto immediato: difendersi, evitare il contagio, proteggere i cittadini più deboli. Noi cittadini italiani abbiamo accettato le restrizioni per contribuire ad arginare il contagio e, nel frattempo, l’economia va a rotoli.

Crollo dei mercati, lavoro perso, cassa integrazione, attività a rischio chiusura. E’ necessario preservare i principi essenziali del nostro ordinamento, trovare soluzioni per non snaturare il significato stesso di democrazia pensando o accettando norme liberticide. Tutto questo senza trasgredire alle necessarie regole restrittive per garantire la sicurezza sanitaria in Italia.

Più Sicurezza fonda la sua attività sulla tecnologia buona, su dispositivi di ultima generazione il cui utilizzo è finalizzato alla protezione dei cittadini dalla criminalità. Dati personali inclusi, nel pieno rispetto della privacy.

Un governo democratico va immaginato come un’azienda o una famiglia: deve saper fornire SOLUZIONI per mantenere l’equilibrio sicurezza/privacy. Anche la corretta informazione fa parte della sicurezza di un Paese.

L’Italia, il mondo intero sta cambiando con la pandemia Covid-19. L’utilizzo della tecnologia è aumentato a livello esponenziale. E’ sempre più presente nelle nostre vite a causa del distanziamento sociale e ben venga. Quello che fa storcere il naso è il controllo di massa, la sorveglianza totalitaria come il modello cinese. Un controllo che poco c’entra con la protezione dei cittadini e a cui diciamo NO.

Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia: esiste un Sistema/Paese in Italia?

Il modello che vogliamo noi italiani, per armonizzare Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia, deve rappresentare un patto sociale tra Stato e cittadini.

Cosa succederà alla fine del lockdown?

Un primo assaggio lo abbiamo avuto in questi giorni. Dopo due mesi e mezzo di quarantena (ovvero ‘settantena’), abbiamo visto italiani storditi, preoccupati e anche sfiduciati tornare lentamente al lavoro. Dopo la segregazione in casa, non siamo tornati alla solita quotidianità e non sappiamo per quanto tempo ancora dovremmo vivere in questo clima di diffidenza, distanziamento sociale, pressioni necessarie, tracciamenti, controlli. Vittime di un virus eppure, alla minima disattenzione sono multe, sanzioni come se fossimo noi gli autori di tutto questo.

La paura del contagio, l’impreparazione ad affrontare una pandemia dimostrata da tutti (ospedali e governo inclusi) si arrende di fronte a qualsiasi imposizione.

Non ci auguriamo né troppa arrendevolezza né rivolte sociali. Il governo è lì per noi, nel bene e nel male. Tutti dobbiamo contribuire ad arginare il contagio, resistere, essere meno ‘sociali’, ma è impossibile fermare l’economia.

Una cosa l’abbiamo appresa, nel frattempo: non esiste un Sistema-Paese in Italia capace di fronteggiare il problema con capacità operativa, esperienza, rapidità di adattamento, decisioni politiche libere (senza ricorso a task force con scarse esperienze pratiche).

Per ‘sperare’ ancora in un paese democratico, la fiducia nelle istituzioni è tutto. E’ possibile superare la crisi pandemica soltanto facendo squadra. A partire dall’app Immuni da scaricare su base volontaria per tracciare i contagi. Per funzionare davvero, l’app Immuni dovrebbe essere scaricata da tutti. Resta il fatto che tutti dovrebbero farlo mossi da una fiducia profonda nello Stato, nelle istituzioni e nella sanità pubblica.

Come verranno trattati i dati sanitari? I nostri dati rischiano di finire nelle mani di cybercriminali?

Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia: i dati sanitari

In tempi di pandemia da Covid-19, l’attenzione su Sicurezza e Privacy si intensifica riguardo al fenomeno del cybercrime che interessa il settore sanitario.

I nostri dati sanitari, insieme a quelli dei medici e degli operatori sanitari in genere, si rivelano sempre più appetibili ai criminali della rete.

Sulla base dell’ultimo rapporto CLUSIT, il settore sanitario è al terzo posto nella classifica della cyber criminalità e attacchi hacker.

Le infrastrutture sanitarie sono particolarmente esposte ad attacchi cibernetici per diversi motivi.

I dati sanitari fanno gola ai criminali per svariati scopi illeciti ai danni sia di pazienti sia di medici:

  • attacchi di phishing e malware;
  • frodi;
  • furti d’identità;
  • attacchi ransomware contro strutture ospedaliere che paralizzano le loro attività: gli hacker ricattano a scopo estorsivo chiedendo denaro in cambio dello sblocco;
  • spionaggio, sabotaggio e auto-finanziamento tramite crimini informatici da parte di mercenari al servizio dei governi. Questi hacker vanno a caccia di progetti, brevetti, risultati di sperimentazioni di farmaci o vaccini. Possono anche sabotare creando disinformazione per destabilizzare il contesto politico di un paese avversario. Cybercriminali di questo tipo operano per governi anche allo scopo di rubare informazioni e rivenderle per autofinanziare governi sottoposti a sanzioni.

Lo scenario è allarmante.

Se, nel dark web, una cartella clinica può valere 70-150 dollari, certi documenti dei medici (diplomi, assicurazioni, licenze, autorizzazioni sanitarie) possono essere venduti a 500 dollari. Consentono al criminale di rubare l’identità di un medico per realizzare frodi (richieste di risarcimento assicurativo o prescrizioni di farmaci come oppioidi).

In tempi di Coronavirus, aziende sanitarie, aziende di cybersecurity, agenzie governative e Forze dell’Ordine devono lavorare insieme per assicurare maggiore protezione.

Fase 2: l’incertezza, nemica di tutti

L’emergenza Coronavirus in Italia è scattata attraverso contromisure inadeguate, tardive e contraddittorie. Inizialmente, nonostante la dichiarazione dello stato di emergenza pubblicata in Gazzetta Ufficiale l’1 febbraio scorso (n.26), l’informazione pubblica è risultata rassicurante, asettica e contraddittoria. Tutto questo ci ha disorientato e non ha permesso un intervento tempestivo per fronteggiare il problema.

Poi, di colpo, il panico ed il ricorso a comitati e task force le cui esperienze pratiche sono state smentite dagli stessi operatori sanitari impegnati in prima linea per combattere il coronavirus.

Si è assistito al palese disaccordo tra Stato e Regioni riguardo ai provvedimenti normativi e sanitari da adottare nella Fase 1 e nella Fase 2, che ha dimostrato scarsa compattezza istituzionale creando incomprensioni e sconcerto tra i cittadini.

Sono stati attuati provvedimenti restrittivi delle libertà costituzionali: a lungo andare, a colpi di sanzioni, hanno scatenato perfino la protesta sui social di appartenenti alle Forze dell’Ordine con l’hashtag  “#IoNonSanziono”.

La mancanza di linee guida convergenti, mirate a conseguire obiettivi comuni e coerenti, l’assenza di un pensiero permanente ha contribuito a creare incertezza.

Viviamo la Fase 2 nell’incertezza.

L‘incertezza è la nemica di tutti come i virus. Nell’incertezza e nell’illusione che tutto sia tornato come prima, si rischia di ricadere in una seconda ondata di contagi.

Con la Fase 1 abbiamo capito che:

– è fondamentale proteggere preventivamente i soggetti più deboli ed esposti al rischio contagio attraverso misure sanitarie specifiche;

– bisogna attuare una strategia mirata valutando chiusure ed aperture delle attività in base ai territori, alle condizioni effettive di sviluppo dei contagi. Mettere in atto una politica indifferenziata non serve a nulla, a parte far crollare ulteriormente l’economia nazionale;

– è essenziale conoscere la reale portata del contagio, magari eseguendo nel minor tempo possibile il prelievo sierologico a gran parte della popolazione italiana.

Non bastano le multe per fermare il contagio. Così come è inutile e dannoso scarcerare 500 boss mafiosi per ‘risolvere’, anzi nascondere, la condizioni disumane in cui versano le carceri italiane. Scarcerare boss mafiosi – in un momento in cui le attività di tanti imprenditori in crisi rischiano di cadere nelle mani delle mafie – è di cattivo gusto.

Allarme usura in Italia: le attività rischiano di finire in mano alle mafie

In Italia, è allarme usura: l’ha annunciato Luigi Ciatti, presidente dell’Ambulatorio Antiusura di Confcommercio Roma.

Il fenomeno usura registra un aumento del 30% tra marzo e aprile. A maggio potrebbe toccare il +50%.

Le attività rischiano di finire in mano alla criminalità organizzata.

Tante imprese, messe in ginocchio dal lockdown, versano in situazioni disperate. Al crollo delle liquidità e delle entrate corrispondono uscite che continuano a correre (affitti, dipendenti, utenze, fornitori). Imprese, negozi, attività commerciali hanno bisogno di liquidità immediata che non arriva dallo Stato.

Piccole e medie imprese, illuse di poter contare sul sostegno economico-finanziario statale nell’immediato, stanno ancora aspettando a causa delle lungaggini burocratiche e del tornaconto del sistema bancario. La banche travolte dalle richieste non sono state svincolate da tutte le procedure e le norme dei tempi ordinari.

L’intervento dello Stato ha offerto, finora, uno strumento inadeguato. Due mesi e mezzo di lockdown e i soldi non arrivano.

Il rischio è che, quando arriveranno gli aiuti del Decreto Rilancio, andranno in mano alle mafie.

Chi ha un’attività si trova di fronte a tre possibilità: o chiude o si rivolge ad un usuraio oppure cede l’attività ai criminali. La terza non è una chance ma l’inevitabile conseguenza del fatto che chi fa ricorso a prestiti illegali non sarà in grado di restituirli. Il debito usuraio cresce nel silenzio.

A questo allarme usura si associa Luigi Cuomo, presidente di Sos Impresa, che lancia un appello rivolto a tutti: “Non gestite la situazione da soli. Chiedete aiuto alle associazioni antiusura perché questo prestito che sembra salvifico non fa che aggravare la situazione“.

Senza contare l’allarme suicidi tra gli imprenditori.

Tutto questo dimostra che in Italia non esiste un vero Sistema/Paese.

A che punto siamo con la sicurezza cibernetica?

Che dire della sicurezza cibernetica a tutela dei nostri interessi individuali e nazionali? Scarsa, poco efficace, inadeguata sia nel campo della didattica sia in quello della sicurezza e violazione della privacy.

Una grave lacuna in un periodo di crisi che richiede un rafforzamento della cultura digitale, visto che dobbiamo affidarci alla tecnologia (dallo smartworking alle strategie sanitarie).

A proposito di smartworking: un sondaggio condotto da Kaspersky ha svelato, di recente, che il 73% dei dipendenti che lavorano in smartworking ignora la cybersicurezza. I dipendenti si salvano dal rischio contagio da Coronavirus ma non si salvano da altri virus, quelli cyber. Non hanno ricevuto indicazioni, guide o formazione da parte delle aziende. Nessuna protezione dai rischi online.

L’indagine riferisce che circa un quarto (24%) dei dipendenti italiani ha già ricevuto e-mail di phishing a tema Covid-19. Il download accidentale di contenuti malevoli da questo tipo di email – secondo gli esperti – può infettare i dispositivi e compromettere i dati aziendali.

In più, i dipendenti hanno dichiarato di aver incrementato l’utilizzo di servizi online non approvati dai reparti IT delle loro aziende come, ad esempio, app per videoconferenze (35%), per messaggistica istantanea (39%) o per l’archiviazione dei file (35%).

Una lacuna da colmare assolutamente con le opportune misure di cybersecurity.

Sicurezza e Privacy in periodo di pandemia: ai margini della dittatura digitale

Un articolo illuminante ci ha particolarmente colpito. Gli autori sono Claudio Masci, Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, Pino Bianchi, architetto, esperto in risk management, e Antioco, esperto in consulenza direzionale e sviluppo dei mercati. L’articolo in questione è stato pubblicato il 18 maggio scorso sul sito difesaesicurezza.com a cura di Francesco Bussoletti.

Affronta un tema importante, che non ha nulla a che vedere con il complottismo, anzi combatte apertamente la disinformazione.

Senza il giusto intervento nella delicata Fase 2, l’Italia (come qualsiasi altro Paese) potrebbe rischiare di finire ai margini del futuro “nuovo ordine mondiale tecnologico” in cui il frenetico sviluppo della IA (Intelligenza Artificiale) ha già messo sotto “dittatura digitale” il popolo cinese, pronta ad espandersi in direzione di Asia Centrale, Medio Oriente, Africa ed Europa.

Sistemi autonomi che si muovono al centro della cosiddetta InfoWar, la guerra delle informazioni. Si stanno sviluppando IA tramite computer quantistici che finiranno nelle mani di un centinaio di “big farm”. Utilizzano freddi software mossi da algoritmi formulati in base ad esigenze strategiche e profitto, non per risolvere problemi esistenziali dell’umanità.

Senza più il senso dello Stato e di Unità Nazionale, di fronte a questa prospettiva, cosa sarà in grado di fare l’Italia?

Etica algoritmica’ a tutela delle persone

Oggi, è impossibile pensare ad un mondo senza tecnologia, ma non bisogna mai dimenticare che i computer rappresentano lo strumento e la mente umana il soggetto, l’elemento centrale.

Ciò che bisogna sviluppare, oltre ad algoritmi economici, sono algoritmi con valori etici.

Conoscenza e coscienza devono restare indivisibili anche nell’era della tecnologia. L’Intelligenza Artificiale deve essere dotata di un’etica algoritmica grazie alla collaborazione di filosofi, giuristi, letterati, alla fusione di nozioni scientifiche ed umanistiche.

Lo scienziato Albert Einstein ha espresso questo concetto scrivendo: “I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile”.

Maggiore è la conoscenza, più alto dovrà essere il grado di autocoscienza e di etica algoritmica per impedire l’utilizzo distorto (a fin di male) dell’IA.

L’Intelligenza Artificiale deve operare a tutela delle persone, non con il loro assoggettamento al Nuovo Medio Evo.

Nel frattempo, l’Italia deve costruire un Sistema/Paese solido, pronto ad affrontare le criticità e l’eventualità di una dittatura digitale.

La pandemia è l’occasione giusta per ricostruire l’Italia a tutela della società e delle persone. La sicurezza del nostro Paese non deve essere delegata ma partecipata. Ognuno di noi è responsabile di se stesso e degli altri.

 

Un consiglio:

cerchiamo di dimostrare all’Intelligenza Artificiale

che la nostra intelligenza naturale dispone già di un’etica algoritmica.

francesco ciano youtube

Francesco CIANO

 

 

 

 

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